STORIA DELLA PARROCCHIA DI SANTA TERESA DI G. B. in PADOVA

Dio scrive diritto anche nelle righe storte…

 

Una parrocchia nuova.

È una storia che viene da lontano: la Fede cattolica agli inizi si era radicata nelle città e solo dopo si è diffusa nelle campagne attraverso le PIEVI(pieve = plebe), che sono le chiese di campagna. La pieve all’origine della Fede nelle zone a sud di Padova, e quindi anche nel nostro vicariato è la chiesa di Pozzoveggiani citata nei documenti ufficiali fin nel 918 dopo Cristo! Già nel 1027 si hanno notizie certe dell’esistenza della parrocchia di S. Lorenzo di Roncon posta a sud del Bassanello. Risulta da vari documenti che nel 1690 si presentarono a S. Gregorio Barbarico, in visita pastorale proprio alla chiesa di Roncon, i delegati della Guizza, della Mandria e del Bassanello per chiedere di essere “dismenbrate” e costituite in parrocchia autonoma. Il santo vescovo era d’accordo, ma purtroppo non se ne fece nulla per vari intralci burocratici.

Nel  1881 il parroco di Roncon trasferì la sua sede al Bassanello, sulle rive del Bacchiglione.

E comincia così storia della nostra chiesa madre:

Il 27.08.1882 venne benedetta la prima pietra della Chiesa di S. Maria Assunta in Bassanello

La chiesa con il parroco Teodoro Pasqualini, succeduto al primo parroco Giovanni Gios nel 1886, venne inaugurata e benedetta dal vescovo Mons. Callegari il 23 ottobre 1892 e fu dedicata a S. Maria Assunta e a S. Bellino.

La vecchia parrocchia di Roncon di Albignasego venne in seguito demolita.

E’ del 2 aprile 1900 il decreto del vescovo Callegari che eresse la parrocchia di S. Maria Assunta in sostituzione di S. Lorenzo di Roncon.

La consacrazione della chiesa avvenne con il Vescovo Carlo Agostani, mentre era parroco don Bartolomeo Vedelago, il 23 ottobre 1937.

In quell’anno era stata arricchita la facciata. Nel 1930 era stato inaugurato il patronato. Dal 1949 è parroco Mons. Anselmo Bernardi, poi dal 1966 don Mario Pinton a cui succedette nel 1988 don Luigi Faggin. Dal 1991 il parroco è don Sergio D’Adam.

Il 23 ottobre 1993, al termine delle celebrazioni per il centenario della costruzione della chiesa (1892), il vescovo Antonio Mattiazzo ha elevato la parrocchia al titolo di Chiesa Arcipretale, in ragione della storia di questa comunità matrice di altre chiese.

 

La parrocchia di Bassanello all’inizio era territorialmente molto estesa, con prevalenti vaste aree agricole. I confini andavano dal Ponte della Cagna di Mandriola alla chiesa dei Ferri, dal ponte Quattro Martiri ai Bastioni Santa Croce, dal Basso Isonzo alla Paltana. All’inizio degli anni 1950 la periferia di Padova subiva una rapida espansione edilizia; la parrocchia di Bassanello raggiunse la popolazione di circa 10.000 abitanti. Era allora parroco Mons. Anselmo Bernardi, che, nella sua saggezza e lungimiranza, aveva capito che il rapido aumento di abitanti  doveva accompagnarsi al sorgere di nuove comunità parrocchiali. Nacquero così le parrocchie di: San Giacomo di Mandriola, Santi Angeli Custodi alla Guizza, Madonna Pellegrina, San Giovanni Bosco in Paltana, Madonna Incoronata al Basso Isonzo, Sant’Agostino al Baraccon.

Nel decennio degli anni 1960 l’ulteriore sviluppo edilizio dell’area tra via Guizza e via Guasti fece sorgere l’esigenza di una nuova comunità parrocchiale.

 

Ed ecco che è nata la parrocchia di S. Teresa. Essa  è stata costituita nell’anno 1973 e il documento di istituzione porta la data del 1° ottobre, festa di S. Teresa di Gesù Bambino ed è firmato dal Vescovo Girolamo Bortignon.

 

(??Le sette  nuove comunità sono nate come una esigenza di crescita, ma anche di moltiplicazione di un bene che domandava di estendersi.??o va tolta od esplicata meglio)

 

 

 

Il perché di un nome.

Perché questo titolo e questa scelta così felice? 

Ecco il racconto dalla viva voce di un testimone, da sempre residente nel territorio, Tullio Maddalosso: nel 1972,durante un mio incontro casuale in ospedale con Mons. Mario Pinton, allora parroco del Bassanello, si parlò della scelta del patrono a cui dedicare la nuova parrocchia. Io, entusiasta della figura di S. Teresa di G.B., con parole acconce illustrai la formidabile figura di questa moderna e giovane Santa che aveva preceduto con la sua religiosità addirittura il Concilio Vaticano II °. Io era affascinato dal messaggio così originale  di questa giovane donna e riuscii a contagiare anche il mio interlocutore.

Nella nostra diocesi, per di più, mancava una parrocchia dedicata a una Santa giovane e attuale: questa lacuna poteva essere colmata dedicando la costituenda nuova parrocchia a Santa Teresa di Lisieux. Don Mario ne fu talmente convinto che mi assicurò che l’avrebbe riferita al Vescovo. Qualche tempo dopo la proposta venne accolta e così San Teresa di Gesù Bambino divenne la titolare e patrona dell’ attuale parrocchia.

 

 

La devozione a S. Teresa di Gesù  Bambino ha avuto un periodo intenso dal 1930 in poi: ha accompagnato la formazione dei sacerdoti nei Seminari. La vita e la spiritualità di Teresa di Lisieux veniva indicata come esempio a tutti i consacrati e ai cristiani impegnati, anche se la sua santità non è sempre stata ben capita e spesso fu svisata nelle sue forme. In realtà Teresa di Lisieux è la piccola grande santa dell’ultimo secolo per la sua santità semplice, quotidiana, che ci ha parlato della chiamata universale alla Santità. Imitare S. Teresa diventava un po’ più facile e possibile per tutti, consacrati e laici.

 

Il primo parroco.

Il Vescovo ha chiamato a  guidare la nuova parrocchia un parroco giovane, pieno di energie e di progetti: don Giampietro Cecchinello. La sua vita cominciò allo… sbaraglio perché mancava tutto: abitazione e chiesa, servizi parrocchiali e punti di riferimento per la gente.  Dio dà le forze secondo le necessità. L’entusiasmo e la voglia di creare è più grande delle difficoltà.

Moltissimi ricordano i primi passi: il Parroco che abita in Via Algarotti. Le riunioni fatte nelle famiglie, il catechismo nei garage di Via Brofferio, la zona allora molto abitata con le case popolari. 148 famiglie fra le Via Brofferio e Vivanti. Le prime celebrazioni erano… in trasferta, a S. Maria Assunta del Bassanello e alla Guizza. Gesù dice: …anche gli uccelli hanno il loro nido, ma il figlio dell’ uomo non ha dove posare il capo…

 

E’ bene ricordare i giovanissimi sacerdoti collaboratori: don Pietro Toniolo, salesiano; Padre Natale Battezzin, rogazionista; don Gino Brunello, diocesano: essi hanno dato il loro aiuto festivo nei primi anni.

Giunsero poi con incarico fisso: don Roberto Garavello, don Vittorio Stecca, don Gianfranco Vigo, don Franco Marin, don Massimo Draghi, don Giuliano Giacon, don Matteo Carraro, don Giuseppe Galiazzo, don Paolo Bortolato e don Marco Barcaro.

 

 

Dieci anni impegnati e impegnativi

Era l’anno 1973. Iniziare una comunità nuova è una bella avventura. Chi la visse, non la dimenticherà più. Ogni giorno era… veramente un giorno nuovo. Tutto da conoscere, da impostare, da inventare. I desideri del pastore sono tanti. Le attese della gente sono vive: si collabora, si condivide. Grandi progetti e grandi speranze.

Ogni conquista è frutto di sacrifici, attese, collaborazione, dedizione. Passano alla storia le realizzazioni; quasi mai le lacrime e i desideri…

Don Piero Cecchinello, per dieci anni, diede il meglio di sé. Paragonerei quei dieci anni di lavoro ad un periodo, lungo e spesso combattuto, di gestazione. Un lavoro impegnativo con tutte le attività in fermento, con gli agganci soprattutto con la parrocchia del Bassanello. C’era urgenza di una sede idonea per sostenere  le attività parrocchiali non in modo dispersivo, ma organico. Tra molte difficoltà il comune di Padova mise a disposizione 200 metri quadrati di terreno per una cappella provvisoria. Dieci anni mirati e intensi: i campi scuola seguiti personalmente dal parroco,  i gruppi, l’animazione del canto, i pellegrinaggi, il gruppo anziani, il gruppo della carità, il gruppo coniugi, gli animatori… Circa 4700 abitanti, 352 battezzati, 123 matrimoni, 165 defunti, per ricordare alcuni avvenimenti che hanno costituito il vissuto quotidiano, l’ossatura dei primi dieci anni alla chiesetta prefabbricata,

 

Un altro avvenimento ha segnato gloriosamente la storia della prima chiesa, quella prefabbricata: sabato 1 ottobre 1977 alle ore 16:00 Consacrazione sacerdotale di Padre Giorgio Nalin, di questa parrocchia, per le mani del Vescovo Girolamo Bortignon. All’indomani, domenica 2 ottobre, S. Messa solenne del sacerdote novello. E’ stato un  segno importante: la comunità dava un suo frutto; la chiesetta, provvisoria e prefabbricata acquistava splendore e storia: quella di Dio e quella degli uomini.

 

Allora la parrocchia era giovane e le speranze erano molte. Una gestazione lunga, proposte nuove, avvenimenti incandescenti, presente anche il Sindaco Bentsik. L’orizzonte non era molto promettente. Parole pesanti, gruppi esterni decisi, cartelli significativi, scritte sui muri, tentativi di violenza…

La sofferenza è una semente:  seminare è fatica, ma non è  mai inutile. E’ sempre speranza misteriosa di  frutti fecondi.

Don Gianpietro Cecchinello ha fecondato questo terreno con la sua azione paziente e intelligente, con la sua sofferenza silenziosa, con le sue lacrime solitarie: nulla è stato perduto. Si raccoglie solo se c’è chi semina con pazienza e costanza, con sacrificio e fede. Lo fu don Piero.

C’è chi ha scritto allora: “dopo dieci anni, occorreva un segnale di speranza per un futuro più promettente. Il primo parroco riceve un’altra destinazione e si accoglierà un nuovo pastore. La precarietà e la provvisorietà delle strutture, frutto dei sacrifici di una comunità che stentava ad acquistare fisionomia, domandava un respiro diverso. Per anni si era sperato di poter costruire le strutture definitive, ma, lentamente, la  speranza  si era affievolita e, con essa, rischiava di atrofizzarsi anche la vita parrocchiale,  le sue attività, il suo pastore e i fedeli. Dio però ama e vuole il vero bene del suo gregge”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una chiamata.

Era sabato 23 luglio 1983. Bussa alla porte, con discrezione, il Vicario Generale della Diocesi di Padova. Mi saluta e viene subito al concreto: Il Vescovo ti fa una proposta. Estrae un foglio e, senza interesse, legge una serie di nomi di comunità parrocchiali in attesa del loro pastore. Si sofferma su una: S. Teresa di Gesù Bambino. Il Vescovo pensa di assegnarti questa parrocchia.

Non sapevo che esisteva, anche se era stata istituita giuridicamente già da dieci anni  nella stretta periferia della città di Padova, a sud, in zona Bassanello-Guizza.

Non so dove sia, ribatto. E’ qui vicina, c’è una chiesetta prefabbricata, un piccolo locale per le riunioni e… che il Signore te la mandi buona.

Fra qualche giorno vai dal Vescovo a dare la tua risposta, ma abbi fiducia.

 

 

 

E andai…

Non ci pensai molto: se è volontà di Dio, perché fare troppi ragionamenti umani? Se è un servizio spirituale, perché fare troppi calcoli?

Talvolta, essere incoscienti, è una virtù. Fidarsi significa affidarsi: Lui  ci ama talmente da non imbrogliarci mai e, soprattutto, da non abbandonare in balìa i suoi collaboratori e ministri.

Dissi di SI’ al Vescovo Filippo.. Mi ringraziò, aggiungendo: non sarai solo!

Veramente il mio era un salto nel vuoto: una chiesetta prefabbricata, una saletta vicina, uno studio sopra la sagrestia. E l’abitazione? Chiedevo un po’ di indipendenza dignitosa: in tre giorni si rese libero un appartamento nel condominio n. 1 di Via Filelfo: a gomito a gomito con la gente, facevo la prima esperienza pastorale. Gli orari da salvare, il rispetto degli altri, le esigenze diverse, le attenzioni, il saluto, il rispetto… E’ stata una piccola scuola di vita

Ricordo la prima visita, in incognito: pioveva e Via Anconitano, non asfaltata, era piena di buche: a stento trovai la chiesetta affidatami.

Incontrai due persone: una era in chiesa, mazzocca in mano, tinteggiava i muri: Giorgio P.  La seconda era giovane e bella, la chitarra sotto il braccio: Sabrina B.

Gli incontri erano di  buon auspicio.

A poca distanza dall’ingresso in parrocchia – 13 novembre 1983 – incontrai il Vescovo Girolamo Bortignon, emerito, e mi disse: So che hai accettato di andare a S. Teresa. Bene! Il Signore ti benedice.

Ad anni di distanza, vi assicuro che è stato un profeta. L’obbedienza è un campo fecondo.

 

Dove sorgerà la nuova chiesa?

Così chiedevo io spesso ai collaboratori, più esperti di me, ma anche cauti nel dire: c’era sì il terreno, ma coltivato ad orto da tanta brava gente. Sono 300 anni che lo coltiviamo, mi dicevano gli ortolani. Al mattino per tempo, prima del sole, erano inginocchiati a terra, con il cesto vicino o la gomma per innaffiare e poi, ancora prima dell’alba, veloci al mercato della verdura… Se erano fortunati, tornavano col carrettino vuoto e qualche soldino ben sudato. Se non erano fortunati…

Come potevano cedere il terreno, bloccato dal Comune, per quattro soldi? La battaglia era sempre in atto. Gli animi si surriscaldavano. Anche il Vescovo Girolamo Bortignon rimase profondamente turbato. Un giorno mi disse: sulle cattiverie non facciamo la chiesa! La frase mi colpì profondamente. Io, ultimo arrivato, disarmato e inesperto, potevo solo pregare. Lo facevo molto, al mattino presto, nel silenzio di quella chiesetta dedicata a S. Teresa di G.B., ove molti erano stati battezzati, si erano sposati, partecipavano alle celebrazioni…

L’orizzonte non si rischiarava molto, anzi,,, le nuvole promettevano poco di buono…

Ho scoperto subito tanta speranza nel cuore, voglia di fare, luce anche nelle tenebre… Le attività erano tante: non mancavano i gruppi, i ragazzi attivi, i catechisti, lo sport, la saletta per i giochi, il Grest, le gite… Le celebrazioni sempre belle e la chiesa… strapiena. C’erano tanti sorrisi e voglia di domani. Tanti incoraggiamenti e voglia di fare… Tutte premesse buone per un avvenire da costruire con fiducia.

Le opere materiali? Non sono la cosa più importante per una comunità.  Non sono i muri che fanno la comunità! Ma le persone: i bambini, gli adolescenti, i giovani, i coniugi, gli anziani.  L’insieme di tutti costruisce, giorno dopo giorno, la comunità. Piove? Non importa.. Ci si sposta… Fa freddo? Non importa… Ci si appiccica ai vicini. E poi, fuori, nel piccolo spazio di terreno (concesso dal Comune fino alla costruzione delle opere): festa, canto, sagra, carnevali, rappresentazioni… I filmetti domenicali con tanti ragazzi in poco spazio…

Queste e tante altre fantasie che riempivano gli occhi, tenevano viva la mente, riscaldavano il cuore…

A distanza di tempo posso testimoniare che nessun sacrificio è stato inutile, nessuna lacrima è stata infeconda: Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.

 

 

 

Un incontro devastante…

Il Comune spingeva: bisognava risolvere il problema dell’esproprio e iniziare i lavori. Proponevano delle cifre, ma la volontà dei contadini-proprietari gente e la loro storia non si poteva quantificare in poche monete, anche se, all’apparenza, altisonanti. Famiglie e terreno coltivato ad orti, avevano un legame affettivo stretto e che andava ben al di là dei soldi promessi. Non era monetizzabile.

E’ toccato a me, inesperto, ma pieno di entusiasmo, un giorno del mese di maggio 1986, andare in casa dei contadini per proporre la cifra che il Comune dava come liquidazione. Non dimenticherò la scena quasi violenta! Le parole pesanti come piombo. Un  realismo frutto di mani incallite e di cuori traditi.

Come un cane bastonato, con la coda tra le gambe, sconfitto, ho lasciato la casa dei contadini… e, un po’ barcollante, sono andato verso la chiesetta. Era deserta e sembrava partecipare al mio dolore. Inginocchiato, triste, mi sono rivolto al Signore con parole come queste: Io la chiesa nuova non la farò. Mancano le premesse. Ha ragione il mio Vescovo: sui soprusi verso i poveri, sulle cattiverie e sulle divisioni, con la forza, non si fanno le opere del Signore e della Comunità.. Mi fermerò un po’ di tempo e poi lascerò il posto ad uno più esperto…

Il dolore e la tristezza di quel giorno non la condivisi con nessuno,  solo io e Lui!

 

 

Dopo la tempesta,  il sole..

Passarono alcuni mesi: giugno, luglio, agosto, settembre. Mi balenava una idea che proposi alla comunità parrocchiale: andare in pellegrinaggio, a piedi, di notte, a Monte Berico di Vicenza. Sotto quel manto c’è posto per tutti. La notte scelta era tra il 6 e 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario. Partimmo dallo spazio antistante il Cottolengo di Sarmeola: un gruppo di 52 persone con una macchina al seguito. Sarmeola, Rubano, Mestrino… Di tanto in tanto, sotto un lampione, davanti ad una chiesa, la riflessione e la preghiera.

A Grisignano iniziò la pioggia, incessante, con lampi incantevoli che illuminavano la notte tetra. Camminare sotto l’acqua era affascinante, ma duro. La lunga salita verso il Monte Berico, stanchi e fradici. Alle 6 circa della domenica, festa della Madonna del Rosario, la S. Messa nella Basilica. Vicino a me il chierico Massimo D. al quale sussurro: Siamo qui, stanchi, bagnati, in preghiera supplice perché Lei – e indicavo l’immagine della Madonna - ci aiuti a sbloccare la situazione parrocchiale. Non ciò che voglio io, ma ciò che vuole Lui! Per intercessione di Maria.

Ci trovavamo concordi in questa preghiera.

Ebbi la sensazione che la Madonna allargasse il suo manto: sotto ci stavo anch’io e la mia comunità di S. Teresa.

Si può sorridere…, lo faccio anch’io: un po’ di ingenuità (o fede) non guasta!...

Un ritorno festoso da quel pellegrinaggio: stanchi, ma soddisfatti.

 

Da 5 mesi non incontravo Piero N., l’amico dai modi duri e dal cuore grande, che, in quel mattino di maggio, mi aveva messo alla porta.

Era lunedì mattina, all’indomani del pellegrinaggio,  nelle prime ore; lo incontro per la strada, io, e anche lui, a piedi. Un po’ di imbarazzo da parte mia e lui, con la voce forte e sicura, mi dice con soddisfazione e convinzione:  Don Egidio…!  Allora…?  la facciamo questa chiesa…?

Il fulmine a ciel sereno!  Quella voce sembrava venire proprio dall’alto; mi penetrò nel cuore, era sincera… Si voltava pagina. Mi fece un profondo sorriso di soddisfazione che, commosso, ricambiai.

Ho pensato: Dio scrive diritto anche nelle righe storte.

Tenni per me il grande annuncio. In realtà tutto si mosse rapidamente: si superarono difficoltà, ostacoli, malintesi. Le trattative furono veloci, favorevoli, senza contrasti, L’offerta era soddisfacente soprattutto per gli ortolani.

Mi vennero in mente le parole del Vescovo Bortignon: Sulle cattiverie non facciamo la Chiesa.

Aveva ragione. E dissi tra me e me soddisfatto:  Sulle cattiverie, no! Ma sulla bontà, sì!

Era l’alba di un nuovo giorno, lungo, problematico, ma affascinante.

Pellegrinaggi significativi, di notte, furono ripetuti di anno in anno, con mète sempre mariane. Ne ricordiamo qualcuno: Santuario delle Grazie di Piove di Sacco, Santuario della Misericordia di Terrassa padovana, Santuario della Madonna delle Grazie di Este, Monastero delle Carmelitane a Monselice…

 

E i soldi?...

Sembra una banalità, ma è vero: senza soldi non si fa nulla. La parrocchia non aveva nessuna riserva economica. Si viveva alla giornata. Era ingenuo pensare ad un piano economico ben preciso… A meno che…

Desidero raccontare tre fatti passati che ho vissuto in prima persona…

 

         Un giorno, con l’animo un po’ in subbuglio, faccio visita al Vescovo Filippo Franceschi. Mi accolse cordialmente: aveva fiducia in me e mi diceva: Hai un carattere che ti permetterà di fare tutto!

Sì, ma la parrocchia non ha risorse, le previsioni sono astronomiche. Non voglio affogare nei debiti. Io non parto finché non ho chiarezze, ribattei deciso.

Tace, mi ascolta, mi guarda con occhio penetrante e poi sentenzia: Io ti do cento milioni. Sono miei, personali. Sono risparmi del tempo dell’insegnamento  a Milano e della mia pensione. Te li do in due volte, cinquanta quest’anno e cinquanta l’anno prossimo.

Mi ha commosso e tolto la parola. Sono diventato mite e arrendevole…

Me lo fai un sorriso adesso? aggiunse. Certo!  Era il mio Vescovo che apriva il suo cuore ed anche il suo scrigno per un’opera alla quale ci teneva: si privava dei suoi risparmi per un’opera grande che porta anche il suo nome.

Manifestavo questi segreti ai collaboratori più vicini e ancora una volta dicevo: Dio scrive diritto anche sulle righe storte.

 

Ma il cielo divenne presto nuovamente nuvoloso:  una notizia fulminea si diffuse in tutta la Diocesi: il Vescovo Filippo era stato colpito da un tumore. I tempi erano  contati.

Immaginate cosa è passato per la mia mente, come se mi strappassero un pezzo di cuore, come se mi venisse annunciata la condanna a morte di una persona che per me era come un fratello.   L’affetto  che provavo per Lui era profondo. Per un bel po’ pensai solo al suo male, ma poi, all’improvviso, una idea sgradevole mi attraversò la mente: “… E la promessa dei cento milioni?” L’idea mi infastidì e mi turbò ad un tempo. Poi mi sono acquietato e ho pensato che anche questo faceva parte di un piano più grande di me… Di un progetto sempre in via di costruzione. Non fui mai triste o preoccupato per i soldi, ve l’assicuro, ma per il suo male che  portava il Vescovo Filippo  rapidamente alla tomba.

 

Alcuni mesi dopo, quando il Vescovo Filippo si era già allettato, una telefonata: Il Vescovo ti vuole salutare.

Commosso e titubante lo vado a trovare: una piccola camera, un grande letto e Lui tra i cuscini, incapace di alzarsi. Mi saluta cordialmente, mi abbraccia e mi stringe a sé: Avevo un grande progetto sulla Guizza, ma sono qui… E piangeva, bagnando anche le mie mani. Non dimenticherò mai quei momenti che mi hanno scavato dentro.

Poi riprese e mi disse: Io ti ho promesso cento milioni. Quello che ho promesso, lo mantengo. Alla mia morte ti chiameranno e te li daranno per la nuova chiesa. Ho pianto con lui sentendo quanto il suo cuore batteva forte con il mio e con tutti i fedeli di S. Teresa.

Fu così: dopo poco tempo il Vescovo ci lasciava e la sua volontà venne eseguita a perfezione: cento milioni furono destinati alla parrocchia di S. Teresa per la nuova chiesa.

 

         Un secondo avvenimento guidato dalla mano di Dio: un anziano della parrocchia, G. A., desiderava molto dare un suo aiuto per la costruzione della nuova chiesa. Un giorno me lo disse esplicitamente: ho lasciato, per testamento, 150 milioni alla parrocchia di S. Teresa. Gli ho augurato vita lunga. Un giorno venne l’avvocato che custodiva il testamento mi chiama e mi legge la parte che destinava 150 milioni alla parrocchia di S. Teresa. Una grande gioia, commozione e riconoscenza con promesse di preghiere.

Mi convincevo sempre più che quando si lavora per il Signore, Lui non si lascia battere in generosità.

 

         Il terzo avvenimento è molto caratteristico: una signora, F. A, che pure abitava in Via Filelfo, vedeva ogni giorno il parroco uscire di casa, prendere la macchina e… portarsi al lavoro… Ma non aveva una casa sua dove accogliere le persone… Non era giusto, non era conveniente, pensava,

Era anziana e, prima di morire, mi disse: Questo mio appartamento è assegnato alla parrocchia di S, Teresa perché è giusto che il sacerdote abbia una sua abitazione.

E fu così. Nel tempo l’appartamento è divenuto un bene prezioso per iniziare i lavori. Il ricavato si assommava alla costruzione delle nuove opere compresa l’abitazione del parroco.

E’ proprio vero, ancora una volta: Dio scrive diritto anche sulle righe storte.

 

 

 

 

 

Cene da non dimenticare…, convivialità  fruttuosa…

In molte occasioni io mi ritrovavo allora con ristretti e diversi gruppi di amici ospite a casa ora di questa, ora di quella famiglia per delle informali “cene di lavoro” e di conoscenza: I molti e grossi problemi, che stavano davanti alla comunità come insuperabili e pesanti macigni, venivano scandagliati  e discussi in assoluta libertà; in qualche caso si è preso in esame il problema dell’auto finanziamento delle opere; in qualche altro di come allargare e rendere più consoni gli spazi della parrocchia; in un’altra si è vagliata la proposta, che da tempo si era sussurrata in parrocchia, di fare un  “pellegrinaggio a Lisieux” per ritirare una reliquia della Santa; talaltra si parlava dei problemi più quotidiani della pastorale e della liturgia.

 

Sogno e realtà…

L’ho proprio sognato una notte dell’inizio primavera 1985… In Friuli, passato il terremoto, dopo la sistemazione provvisoria, erano rimasti, inagibili, ma in ottime condizioni, molti prefabbricati usati per comunità, attività varie e abitazioni. Perché non portarne a casa uno di adatto, metterlo a dimora e poi usarlo come patronato-centro parrocchiale? L’idea mi affascinava. Al mattino la comunico a qualche amico-parrocchiano sempre pronto alle novità. Ci si mette a tavolino e si ritiene possibile l’operazione. E dove metterlo? Si chiede al Comune l’uso provvisorio di  un pezzo di terreno vicino alla chiesetta.

Si parte in 4 persone, si va in Friuli : erano molti i prefabbricati  abbandonati. Il sogno poteva diventare realtà. Torniamo a casa con un’idea precisa: la prendiamo in considerazione, ma, a tutti, restava in mente un fabbricato grande, lungo 32 metri e profondo 12, già diviso a stanze e sale, con i servizi: solido, tutto in legno. Era stato adibito ad ASILO. Parte un gruppo di persone, lo vede, lo esamina: i vetri erano tutti rotti, ma lo stabile in ottime condizioni. Bisognava trattare con il Comune di Attimis, inoltrare una domanda e fare una offerta simbolica, poi provvedere allo smontaggio e al trasporto a Padova. Sembrava facile…: l’entusiasmo tuttavia era superiore alle difficoltà, la voglia di farcela zittiva i troppo prudenti.

Si fa l’équipe di operai, ci si attrezza e si parte: tre giorni per smontare, caricare e venire a casa: 24-25 e 26 aprile.

Una impresa di Padova mette a disposizione due camions per trasporti eccezzionali con autisti.

Il lavoro è arduo: occorrevano altri due camions trovati sul posto. Al pomeriggio del terzo giorno inizia il viaggio verso Padova: molti chilometri, carichi precari, le strade, la sicurezza… Alt! Cosa portate? Dove andate? Erano i poliziotti che non credevano ai loro occhi.

E’ un fabbricato in legno che servirà per i giovani della parrocchia di S. Teresa

E’ sembrato un messaggio indiscutibile: S. Teresa! Una destinazione magica: Andate!

E’ cominciata la grande avventura: il montaggio accurato e ben seguito dal geometra Claudio A., così preciso. Molto lavoro intenso nel mese di maggio. Risolti problemi contingenti. Sanate le parti fatiscenti.

A fine maggio arriva il Vescovo Filippo Franceschi: Siete stati bravi! Vi ammiro! Il Signore è con voi!  Una benedizione solenne e il via alle attività: la sala giochi e il bar, le riunioni, il catechismo, la presenza dei giovani, degli anziani… Lo studio per don Franco M., cappellano. La vita era intensa e l’entusiasmo sempre alto. C’era un affetto particolare per quell’ambiente così originale. La parrocchia muoveva  i suoi passi più speditamente.

In quell’occasione è nata la dicitura: gli amici della mente e quelli del braccio. C’era posto per tutti e per tutte le attività.

Tutto precario, ma tutto bello, familiare, semplice, condiviso: il sorriso e la gioia erano contagiose.

Durante la visita del Vescovo Filippo al nostro capannone di legno gli poniamo il problema dell’auto – finanziamento e di alcune idee circolanti fra di noi e che riferisco subito sotto.

 

Di parrocchia in parrocchia

Il Concilio Vaticano 2° ci ha insegnato che la chiesa è una e che i problemi di una parrocchia vanno vissuti e affrontati nella condivisione. Le opere devono sorgere nella collaborazione  e nell’impegno di tutte le comunità.

Le parrocchie della Diocesi di Padova sono complessivamente 450. Perché non interessarle tutte, avvicinandole una ad una, per condividere i problemi e chiedere collaborazione? Il progetto era ardito, ma non impossibile. Il Vescovo Filippo Franceschi non ne fu per niente meravigliato, solo una raccomandazione, fatta con  marcata inflessione toscana: Non chiedete sangue dove sangue non c’è !  Voleva dire: Non illudetevi, siate comprensivi, ascoltate e condividete i problemi. Se poi qualcuno vi aiuterà,… ben venga!... Abbiamo ammirato molto la sua disponibilità.

C’è stato chi, con amore e costanza, si è messo a tavolino, ha studiato la morfologia e la tipologia di tutte delle parrocchie della Diocesi di Padova. Un accostamento a tappeto con due proposte: una domenica di sostegno alla costruzione della chiesa di S. Teresa o un contributo libero.

Il piano, ben studiato, ha richiesto tempo, energie, coraggio… Viaggi efficaci o a vuoto. Incontri cordiali e difficili. Tanta gioia nel cuore per tante porte che si sono aperte, persone che hanno ascoltato, manifestato la loro solidarietà. Sono nate amicizie, altri incontri, confidenze, conoscenza di problemi umani e materiali… Il piano dava dei risultati su larga scala. La prima offerta venne da una parrocchia di recente istituzione in quel di Monselice: alcuni parrocchiani di quella parrocchia – Redentore di Monselice -  portarono a S. Teresa un mattone con l’offerta di 2 milioni.

L’operazione “di parrocchia in parrocchia” ha dato anche un provvidenziale aiuto economico: circa 120 milioni. Molte le parrocchie della Diocesi di Padova che possono dire: un pezzetto di questa chiesa è anche nostro.

Gli incontri più belli erano quelli delle domeniche, ospiti di qualche parrocchia nella condivisione dei problemi e nella richiesta di aiuto. Tanti sorrisi, tanto incoraggiamento, tanta testimonianza … In tutta la diocesi, ma anche fuori: Cortina, S. Vito di Cadore,  Borca di Cadore, Corvara, S. Canziano, Villa. Tappe indimenticabili.

Un episodio per tutti: uno dei più anziani e forse più poveri parroci incontrati, dopo aver ascoltato i due messaggeri, ammirato fino alla commozione da ciò che i laici stavano facendo, accettò prontamente la proposta, ma, non contento, pretendeva a tutti i costi di rimborsare le loro spese di viaggio. Per un po’ le due signore tentarono di rifiutare, ma alla fine, temendo di offendere uno slancio così generoso, hanno finito per accettare, consegnando poi i soldi alla cassa appena rientrati.

Fu un’azione ardimentosa, ben organizzata e portata avanti con costanza. In tutta la diocesi è serpeggiata l’idea della collaborazione:  è nato, come da una semente gettato con amore,  il Fondo di solidarietà diocesano che ora sta aiutando tante  parrocchie in difficoltà.

E’ nata anche, in parrocchia, una iniziativa periodica: aiutare una parrocchia in difficoltà dedicando una domenica.

Veramente le pietre della nostra chiesa portano il nome e il volto di tanti. Tanti volti, un solo volto: la comunità cristiana. La chiesa di Cristo.

 

Anche l’8 per mille...

Uno dei motivi per le nostre preoccupazione era rappresentato dal fatto che era stato abolito il vecchio Concordato fra Stato e Chiesa Cattolica e sapevamo per certo di aver perso i contributi dello Stato per le “opere di culto”, in compenso non sapevamo cosa sarebbe stato dopo.

Ora sappiamo che questa è la scelta che fanno tante persone nella denuncia dei redditi: l’appoggio alla chiesa cattolica, riconoscendone la serietà e il valore.

Una fetta dei contributi è devoluto alla costruzione di chiese e opere parrocchiali: entrare non era semplice. I parametri previsti, i progetti, la consistenza della parrocchia… La Conferenza Episcopale Italiana si muove con serietà.

Un viaggio a Roma per far conoscere il problema con l’incaricato del Vescovo, don Luigi G. La proposta non era molto lusinghiera e siamo ritornati un po’ delusi. Dopo alcune settimane una lettera avvertiva che la CEI metteva a disposizione 90 milioni all’anno per dieci anni. Una gioia immensa; il contributo che giungeva ogni anno nel tempo natalizio alleviava il peso dei debiti con le banche e dava la possibilità di guardare avanti con ottimismo… E fu così…

Dio scrive diritto anche nelle righe storte. Le righe sono nostre; Lui è la mano che mette nero su bianco con la precisione dell’artista.

 

 

La staffetta dall’Atlantico all’Adriatico

Era stata discussa una proposta: un pellegrinaggio a Lisieux,  per ritirare nei luoghi di Teresa una RELIQUIA della Santa e portarla in parrocchia. Nulla di particolare all’apparenza. L’aspetto originale era il seguente: fare una staffetta a piedi con i giovani, accompagnati da camper e macchine di appoggio. Contemporaneamente un pellegrinaggio in pullman, l’incontro a Lisieux, la celebrazione con la consegna della Reliquia e il ritorno a staffetta: 1.350 Km da Lisieux a Padova.

La macchina organizzativa si mette in movimento guidata da Luciano B., Renato V., Tullio M. e tanti altri amici del braccio e della mente. Un viaggio preliminare per fissare tutto: le strade, le tappe, le soste… Mercoledì 20 luglio la partenza con tutti i mezzi previsti, il carico dei vettovagliamenti, i podisti, gli accompagnatori e gli organizzatori. La meta era Lisieux, in Normandia, luoghi della vita da monaca di Teresa.

Ecco gli atleti-podisti della staffetta:         Claudio A., Alessandro B. Marianna e Veronica B., Francesco C., Luca C., Mauro C., Riccardo C., Claudio De S., Barbara F., Paola Lo S., Pietro M., Gabriele M., Flavio M., Federico P., Marta R., Stefano R., Ottaviano R., Cecilia T., Davide T., Marcello  e Matteo V.,  Franco Z., Andrea Z.. Erano 23 atleti ai quali spettava, a staffetta, un chilometro ciascuno da S. Teresa di Lisieux a S. Teresa di Padova.

Erano accompagnati da Luciano B., uno degli organizzatori della staffetta assieme a Renato V.; Massimo D., sacerdote e animatore spirituale; Tullio M., medico; Gianni D., cuoco assieme a Ivone M. e Claudia M.; Alessandro D., cameraman assieme a Mauro N.; Antonio P., magazziniere; Roberto M., meccanico; Paola M., interprete: Anna M., cronista. Altri autisti: Luigi N., Maria Luisa V.F.. Aiutanti: Gianna, Luca e Loretta B. D.; Maria M. D., Marco M.. C’erano poi, al seguito per “Famiglia Cristiana” :  Alberto B. e Silvia C. fotografi e fidanzati e Alberto L. giornalista.

Sono da ricordare anche quanti in parrocchia hanno lavorato per l’accoglienza: Gianni V., Luciano T.,  Giorgio e Luigi P.,Antonio V. e tanti tanti altri

Un pullman di persone parte dalla parrocchia con meta Lisieux: un incontro commovente, di sera, in un campeggio alla periferia della cittadina, una cenetta cordiale. E all’indomani…

Il grande appuntamento, nella cappella del Carmelo, dove si conservano le spoglie mortali di Teresa, con la Messa solenne, con i canti del nostro coro e la consegna da parte dell’incaricato del Vescovo di Lisieux (Mons. Paul Girs) della Reliquia della Santa: la custodisce gelosamente in camper don Massimo Draghi.

La staffetta per il ritorno a Padova inizia dalla piazza di Lisieux: segna la partenza il simpatico Sindaco della cittadina che ci aveva accolti tutti in sala consiliare del comune di Lisieux. Una staffetta avventurosa, piena di sorprese e di voglia di “correre con Teresa”. Il pullman con gli altri turisti fa il suo percorso, arriva a Padova per preparare l’incontro che avverrà domenica 31 luglio 1988.

Per la mattina dell’arrivo a Padova e previsto prima il gemellaggio con il Santuario di Teresa di G.B. a Tombetta di Verona con la concelebrazione delle due parrocchie, quella di Padova e quella di Verona. E poi…, l’ultima veloce corsa per il ritorno con l’accoglienza nel piazzale del Duomo di Padova.

In parrocchia una folla immensa all’imbrunire: l’accoglienza con le autorità. La festa fino a sera tardi…

 

Un episodio a lieto fine da non dimenticare: don Massimo D., Direttore spirituale, tiene con sé gelosamente la Reliquia di S. Teresa in camper. Un colpo di sonno  coglie l’autista che rischiava di rovesciarsi in un fosso. Un cartello stradale lo ferma con pochissimi danni al camper e nessuno alle persone. Erano salvi, compresa la Reliquia! S. Teresa, nostra Patrona, era tra noi ed aveva iniziato ad operare alla grande.

Don Massimo D. si rivolgeva ai giovani e agli adulti partecipanti alla staffetta così:

“Dio sa quante volte vi capiterà di intrattenervi con gli amici che vi chiederanno di raccontare loro questa vostra impresa. Ogni volta constaterete che le parole non bastano mai per raccontarla, per farla rivivere a chi vi ascolta. Sarà questa la prova che si è trattato di una cosa grande”.

 

 

 

 

 

La prima pietra

E’ una data indimenticabile quel 1° ottobre 1989. Un giorno tanto atteso, sudato…E’ la prima uscita ufficiale del Vescovo Antonio Mattiazzo, giunto a Padova da pochi giorni: la posa della prima pietra della nuova chiesa e delle opere parrocchiali.

Un altare all’aperto, davanti al patronato prefabbricato. Tanti sacerdoti e tanti, tanti fedeli: della parrocchia e di quelle vicine. Eravamo tutti contenti: il vostro pianto si trasformerà in gioia.

In pace con tutti, in Via Dei Salici,  stretta e sterrata, il terreno ancora con i resti della coltivazione degli ortaggi. C’erano anche gli ortolani, vestiti a festa e sorridenti: era il loro terreno che “cambiava destinazione e finalità d’uso”: ne erano felici.

Dopo la Messa, una processione festosa: tutti verso i campi che avrebbero accolto le nuove opere parrocchiali. Il Vescovo, assieme ad altri volontari, tiene un lato della stanga e porta anche lui la pietra: pesava perché l’attesa era stata lunga…

 

Sul luogo una cerimonia semplice, ma significativa: la lettura della pergamena con i dati essenziali, le firme, l’inserimento nel tubo di acciaio di custodia, assieme alle monete di metallo di quegli anni. Bastano queste, dice il parroco don Egidio, il rimanente serve per costruire la chiesa!  La risata è stata di buon auspicio.

 

I tempi di attesa sono stati brevi. Le trattative con l’Impresa Edile di Scapolo Dino, vincitrice dell’asta. A marzo del 1990, l’avvio dei lavori con la gioia di tutti.

Una sola nota che nessuno della zona dimenticherà: il terreno, per la presenza ravvicinata dello Scaricatore, doveva dare la massima garanzia. Si poteva garantirlo solo con qualche centinaio di pali di cemento a sostegno delle fondamenta. In piena estate – luglio – è cominciato il martellamento. La terra tremava… tutti sapevano che i lavori erano iniziati e dicevano: speriamo che questi colpi a ritmo continuo finiscano presto! In realtà fu così: i pali erano infissi nel terreno e il fabbricato (ben 60 metri di larghezza!) avrebbe tenuto. Fu veramente così!

 

Il periodo di attesa dell’opera finita è stato di un anno e mezzo (tempo record, a detta di tutti!) Nessuna pausa. Tanti occhi curiosi; i muri e le gettate le vedevano tutti.

Il momento più spettacolare è stato, di certo, l’installazione del tetto in legno: un giorno, fermato il traffico, è arrivato da Brescia, un tir di grandi proporzioni che portava la trave centrale tutta d’un pezzo. Le grù, gli operai, la precisione e il fissaggio. Un’opera stupenda!

 

Tra le visite inaspettate e graditissime, in incognita, quella del Vescovo Girolamo Bortignon: L’opera che  stava crescendo era  da lui voluta, sofferta, attesa. Era giusto godere. E’ venuto tre volte: entrava in cantiere, non scendeva dalla macchina, osservava attentamente e, ogni volta, mi diceva: E gli ortolani cosa dicono? – Sono contenti, Eccellenza! E allora, con un soddisfazione, aggiungeva: Salutali a nome mio.

 

Benedizione solenne

I tempi di attesa sono stati brevissimi: nessuna interruzione, nessun intoppo. Ogni sabato mattina, i tre tecnici che mi sostenevano, si mettevano al tavolo con il progettista, l’architetto Danilo Trevisan, e l’impresario. Ogni particolare veniva ristudiato e ogni incertezza risolta con la collaborazione e il consiglio di tutti.

Fervet opus, dicevano i latini: il lavoro era intenso e senza sosta; animato dalla voglia di vederne la fine e l’inaugurazione. A distanza di alcuni mesi dalla fine dei lavori, fissai con coraggio il  traguardo: la benedizione e l’inaugurazione delle opere si faranno domenica 27 settembre 1992 alle ore 16,00.  Qualcuno pensava ad uno scherzo, ma poi, vista la decisone e la conferma del Vescovo che garantiva la sua presenza, la data è diventata un traguardo che traduceva il proverbio che dice: la corsa verso la fine è più veloce.

 

27 settembre 1992

Era una giornata splendida, piena di luce, primi giorni di autunno, il tempo del raccolto.

Hanno lavorato tutti: la sistemazione del terreno, le pulizie, il verde, le rifiniture, gli infissi… Una vigilia indimenticabile fino a notte fonda.

All’indomani, alle ore 10,00, l’ultima S. Messa nella chiesetta prefabbricata, da tutti tanto amata. C’era gioia mista a tristezza. La gente era molta a quell’unica e ultima celebrazione. In chiesa era rimasto l’essenziale: il grande altare in pietra, le sedie di ricupero o scartate (ne contai di 13 tipi)

Ho visto lacrime sugli occhi di chi  ricordando il proprio matrimonio, il battesimo dei figli, il funerale di persona cara…, soffriva a abbandonare quel piccolo tempio che era caro come la proprio casa.

 

Al pomeriggio arriva il Vescovo e tanti, tanti sacerdoti, che condividevano la  gioia. Della comunità parrocchiale. Una folla immensa di fedeli da ogni dove,… come alla festa di S. Antonio.

Le porte della chiesa erano accuratamente chiuse.

Il Vescovo, fermandosi fuori a contemplare, esclamò a voce alta: E’ un grande esempio: tempi brevi e nessun intrallazzo  né compromessi economici, ne sgradevoli sorprese!

Il Sindaco di Padova, Paolo Giaretta, presente, condivide l’affermazione del Presule.

L’ingresso nella nuova chiesa è stato suggestivo: il Vescovo, i celebranti, i fedeli: un fiume di persone. Il coro cantava: Chiesa di Dio, popolo in festa, unitamente a tutto il popolo festoso: certamente  più di mille persone.

Era la prima Messa solenne nella nuova chiesa.

Alla fine don Egidio prende la parola: dopo i ringraziamenti misti a commozione, dice: Consegno al Vescovo questa Chiesa, è Lui  il pastore. Vi assicuro che Vescovo non la vuole, ce la lascia: è metà da pagare! Un applauso, un incoraggiamento a prendere le nostre responsabilità.

All’esterno, una lunghissima tavolata per un brindisi festoso, fedeli, sacerdoti e Vescovo. Ho citato la Bibbia dicendo: Fèrmati, o sole. Desideravo una giornata senza tramonto. In realtà, il sole, dentro, c’era e risplendeva.

Anche Piero N., entrò fra i primi in chiesa e, con il timbro di voce che gli era solito, usci con una frase che apparve a chi lo udì addirittura “Alta Teologia”. Disse, in modo da poter essere udito dai

più: “Eì la chiesa sul mio terreno.  Non occorre che io mi inginocchi qui! Su questa terra io sono stato inginocchiato per tutta la mia vita!”

 

Negli stessi giorni, un mattino arriva in chiesa un vecchietto: gira rapidamente lo sguardo, come una macchina da ripresa fotografica, e dice: Oh! Qua sì si prega bene!

Posso veramente dire che il tempo gli dà pienamente ragione.

 

 

 

L’ urna della santa

E’ stato un avvenimento che ha toccato tutti profondamente. S, Teresa di Gesù Bambino, da viva, ha girato pochissimo.  Il Papa Pio XI^ la volle Patrona di tutte le Missioni. Ha vissuto per 9 anni in monastero, lontana da tutto e da tutti. Il Papa Giovanni Paolo 2°  l’ha dichiarata Dottore della Chiesa. Le sue spoglie mortali raccolte in un’urna ha cominciato così un suo pellegrinaggio nel mondo . Una di queste tappe è stata l’Italia. Per prima la permanenza di tre giorni nella parrocchia di S. Teresa a Lei dedicata.

Tre giorni intensissimi, la chiesa è rimasta aperta giorno e notte ininterrottamente. L’afflusso della gente è stato incalcolabile, a tutte le ore. L’accoglienza è stata fatta alla sera in arrivo da Lisieux. Un incontro indimenticabile con l’intervento di Mons. Luigi Sartori, canti di un soprano russo che studiava canto a Padova, era Natalia; segui poi la preghiera in tutta la notte.

Le spoglie mortali di S. Teresa sono state in mezzo anoi, abbiamo toccato l’urna, abbiamo pianto. Tutti interessati, vicini e lontani, bambini e anziani. Si realizzava quello che Lei diceva in vita: Passerò il mio cielo nel fare del bene in terra.

 

 

L a scultura lignea del Cristo risorto…

Chi entra nella chiesa parrocchiale rimane colpito dall’immagine lignea del Cristo risorto che accoglie e troneggia in alto: un abbraccio di speranza.

E’ l’opera di Mario Vittadello, scultore della zona, eseguita proprio per questa chiesa. E’ alta poco più di tre metri. Il Cristo, rappresentato appena uscito dalla tomba, libero anche da vesti ingombranti, a braccia aperte, con i capelli quasi al vento, si presenta davanti ad ognuno di noi e sembra gridare: Sono vivo!

La mano destra, in parte socchiusa, mostra tre dita che indicano il Mistero trinitario. L’altra mano mostra a tutti un libro: Io sono la luce del mondo.

Quando si  entra in chiesa e si alza lo sguardo, il cuore si riempie di gioia: Io sono il Dio dei vivi e non dei morti… Chi  segue me non cammina nelle tenebre.

 

 

 

 

LA VIA CRUCIS

Le 14 formelle sono state poste nell’ambulacro della chiesa la quinta domenica di  Quaresima il 13 marzo 2005, benedette da Mons. Alfredo Magarotto. L’opera, in mosaico, è unica nel suo genere ed è stata composta dalla mosaicista Maria Rosa che lavora a  Padova. La sua mano femminile ha colto, in tutte le formelle, essenzialmente il volto di Cristo, dalla condanna a morte alla deposizione nella tomba. L’incontro di Gesù con la Madre, con le donne, la deposizione tra le braccia di Maria sono di una espressività profonda.. L’espressione dei volti rendono le immagini ricche di pathos che entra nel cuore e invita alla meditazione e all’amore. Proprio la scelta del Cristo al centro di tutte le formelle invita a soffermarsi, a contemplare e a rispondere con amore al tanto amore di Cristo: è il dramma del Figlio di Dio.

 

 

La cappella e le   opere di Giancarlo Milani

La cappella adiacente alla chiesa, alla quale si accede anche dall’abitazione e dal porticato esterno, è la sosta continua della preghiera privata e delle celebrazioni feriali. Una raggiera di grande effetto parte dal centro, sopra il tabernacolo e si estende in tutta la ceppella e sembra arrivare al mondo intero. Da lì si parte e lì anche si arriva.

E’ tanto cara alla gente e un invito al raccoglimento delle persone e dei piccoli gruppi. E’ stata benedetta dal Vescovo Antonio Mattiazzo il 1° ottobre 1997.

Le opere sono dello scultore Giancarlo Milani, nostro concittadino, che, nelle sue molteplici sculture, predilige le figure che riproducono le persone nelle loro funzioni più nobili. Tra queste la donna e la maternità: soggetto tanto caro al Milani.

La cappella è abbellita da questi elementi: di fianco all’altare, in gesso, una bassorilievo leggero ed espressivo: Cristo ritorna al Padre, glorioso, tra una schiera di angeli e santi che possono incarnare tutti noi. Figure snelle e gioiose, che si elevano verso l’alto, mentre dal cielo altrsanti ed angeli discendono per accogliere il Cristo alla destra del Padre.

 

Di fianco, ma ben visibili a chi entra, la Madonna in terra cotta, con il bambino in braccio che indica a tutti noi la Madre, Maria,in atteggiamento benedicente. E’ circondata da figure espressive di colombe e fiori che invitano, come una primavera perenne, a fidarci di Maria, Rosa mistica e Regina della pace.

 

Il TABERNACOLO è la preziosissima custodia della Santissima Eucaristia, elemento dominante  e centro di diffusione della luce e della grazia. La luce è simboleggiata da sfaccettature geometriche che si estendono su tutta la superficie del tabernacolo, riversandosi sulle lastre di vetro, in alto e in basso, che si trasforma in vario colore. Il tabernacolo è in  bronzo lucido e di forma ovale con quattro raggi sbalzati che partono dal centro, come  da un sole. Quattro coppie di angeli adoranti  lungo l’ovale dell’opera glorificano Dio e testimoniano la presenza adorante.

E’ come un cantico alla preziosità e alla dignità dell’Eucaristia e richiama a chi entra e si mette in adorazione, il cuore pulsante del cristianesimo.

 

L’AMBONE è slanciato e si presenta al pubblico con due figure, l’una di fronte all’altro: l’annunciazione dellìAngelo a Maria.  Il Verbo si fece carne. Si è fatto parola che risuona lungo i secoli in tutte le chiese del mondo, proclamata con insistenza e solennità.

 

L’ALTARE è sostenuto da un basamento ampio  con la simbologia eucaristica di facile lettura: il frumento e l’uva, il pane e il vino presentati per per sacrificio da compiere da Angeli svolazzanti.

Un invito a sublimare la vita di ogni uomo con il mistero eucaristico.

 

Il CROCIFISSO è appeso al muro per richiamare l’unità dell’Eucaristia con la morte in Croce: un Cristo solenne e morto per tutti gli uomini, espressivo e invitante al riconoscimento dell’amore  di Dio per noi: dono senza misura.

 

Una nicchia solenne e nobile accoglie poi l’ICONA di Teresa di Lisieux. L’opera è tra i primi tentativi di riprodurre una persona moderna e di cui esistono le foto con l’arte astratta e mistica dell’icona. L’opera è di Raffaella D’Este, Monaca di Bose,  originaria del nostro territorio. Eseguita nel 2000 nei laboratori del Monastero di Bose,  è unica.

 

LA PALA di S. Teresa di Gesù Bambino è pittura in tela del padovano Teodoro Liccini. degli anni 1930-40, venerata per anni nella chiesa del Carmine di Padova e poi donata a questa parrocchia che porta il nome della Santa.

Teresa esprime una dolcezza che mostra il suo amore per il Signore e la Chiesa: Io nel cuore della chiesa mia madre sarò l’amore, aveva come programma di vita.

Sparge le rose sulla città di Padova rappresentata dai monumenti più noti della città: Passerò il mio cielo a fare del bene in terra, diceva di sé, prima di morire.. Sparge le rose con atteggiamento ampio e materno e sembra racchiudere sotto il suo manto l’intera città. In alto, a sinistra, il Crocifisso che abbozza con le sue labbra un leggero sorriso che sembra benedire il gesto di Teresa.

(Tanto per non escludere nessuno si potrebbero dire due parole degli otto cartoni della cappella del Padre nostro)

 

Il centro parrocchiale,

E’ sorto contemporaneamente alla chiesa ed è funzionante  dal 27 settembre 1992, data della benedizione della nuova chiesa ed è diventato un grande punto di riferimento per la parrocchia e dintorni. Le sue proposte sono di ordine formativo: la catechesi, gli incontri dei gruppi, le riunioni degli organismi di partecipazione. C’è poi l’aspetto ricreativo per i ragazzi, i giovani e gli adulti, tutti i pomeriggi e, alla sera, nei mesi da giugno ad ottobre. E’ dotato di un piccolo Bar di buon gusto con il servizio prestato da volontari. Accoglie anche la Cassa peota come fondo di solidarietà per i piccoli risparmiatori e che è aperta al mattino di tutte le  domeniche. Conta oltre 20 anni di storia di persone che hanno coltivato l’amicizia e la condivisione fraterna.

 

Dentro del centro parrocchiale ci sono poi due attenzioni caritative con il bamco alimenti e la raccolta e distribuzione del vestiario usato. Sono molte le persone e le famiglie, del territorio e fuori, che trovano grande aiuto da queste iniziative caritative attente alle vecchie e nuove povertà.

Il centro parrocchiale dà spazio anche ad una piccola scuola per anziani, ad un servizio settimanale di consulenza sindacale; accoglie anche i gruppi che necessitano di incontrarsi per motivi di condominio.

In stretto collegamento con il centro parrocchiale c’è anche un campo di calcetto e due piastre per pallavolo e pallacanestro aperto a tutti, alla sera con prenotazione.

 

 

 

I giardini…

Sono amati e ammirati  da tutti perché sono gli unici della zona con parco per bambini e ragazzi e una recinzione apposita per i più piccoli.

Il luogo, ben fornito di giostre e altalene, richiama le famiglie, le mamme e i nonni con i loro piccoli da tutto il territorio.

E’ ben tenuto nel verde esistente. Un bel relax per tutti, luogo di ritrovo e di scambio, di amicizia e di condivisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

S. TERESA DI GESU’ BAMBINO:

Le case famiglia:  il fiore all’occhiello.

 

Lo dico con voce sicura e profonda convinzione: le opere della parrocchia di S. Teresa e gli avvenimenti concomitanti sono stati guidati, come il popolo ebraico, dalla nube della protezione divina. Lungo il deserto della vita, una strada segnata e le difficoltà superate: è la nube della  Provvidenza del Signore.

 

1° ottobre 1989: il Vescovo Antonio Mattiazzo benedice e posa la prima pietra della chiesa e delle opere parrocchiali. Un pomeriggio indimenticabile: la Messa all’aperto e poi la grande pietra portata sul terreno in Via Dei Salici.

Le opere murarie cominceranno a marzo del 1990: la chiesa, il centro parrocchiale, la cappellina lo studio e l’archivio. Di sopra,  l’abitazione dei sacerdoti. Questa si presentava molto grande, due appartamenti indipendenti di proporzioni notevoli.

Abbiamo tutti convenuto, con intuizione che veniva dall’alto, che uno dei due doveva avere una finalità caritativa. Quale? Quando? Non c’erano proposte progettuali, ma la parola carità ci affascinava.

Un giorno, forse del 1990, Suor Lia delle Salesie di Padova, mi dà un messaggio: La Madre generale desidera parlarle.

Non ho intuito il motivo, ma, alla mia visita, è apparsa subito una intenzione bene precisa: il nostro fondatore, Domenico Leonati, 250 anni fa, ha istituito i così detti conservatori per salvaguardare le ragazzine dalle situazioni pericolose del mondo di allora. Nel tempo questa finalità  si è perduta.  Una seria riflessione ci ha portato alla conclusione di avviare nuovamente questa iniziativa a vantaggio delle minori in difficoltà, tenendo presenti i tempi nuovi. Si pensava alla nascita di una Casa Famiglia. Che ne dice dell’uso degli ambienti della parrocchia?

A me è sembrato che la proposta venisse dal Cielo: l’opera di carità cui si pensava nell’uso dell’appartamento in costruzione, acquistava un nome ben preciso: Casa famiglia Leonati.

La consultazione in parrocchia è stata rapida e la risposta senza incertezze: in concomitanza con l’avvio delle opere parrocchiali poteva iniziare il lavoro per minori in difficoltà della Casa Famiglia, forma nuova e ancora rara di accoglienza.

Due Suore Salesie hanno ricevuto questo incarico e, in modo significativo, appena possibile, hanno cominciato ad abitare e vivere in parrocchia.

 

Le attese non sono state semplici, la concretizzazione dell’opera ha richiesto sacrfici, burocrazia, ricerca di significato, attese problematiche. L’esperienza mi insegna che le grandi opere non sono mai come un colpo di fulmine, non sono una meteora nel cielo: richiedono pazienza, dialogo, approcci, dubbi, incertezze. Ma le opere di carità sono guidate da Lui, come la stella dei Magi che si nascondeva e riappariva.

 

I primi arrivi, le prime accoglienze, le prime esperienze: nulla di semplice, nulla di facile. Tutto da inventare, con pazienza: Angelica, Monia, Chiara, Laura…. E il mosaico, in queti 15 anni si è arricchito di tante tessere, tutte preziose, importanti…, ognuna il suo posto. Un lavoro delicato, La vita come ogni famiglia: il carattere, la diversità, i problemi dell’età, le esigenze… Una vita vivace e sempre nuova… Necessità di un confronto continuo e di controllo   defla rotta…

La pazienza e il progetto di vita degli educatori è sempre una carta vincente, anche se spesso… a tempi lunghi.

 

Casa Leonati 2.

E’ la seconda Casa Famiglia sorta in Via Graf nel 2002. Abbiamo avuto una intuizione e un grande desiderio: avviare, come parrocchia, una nuova casa famiglia. Poteva essere il nostro segno palese dell’Anno Santo 2000. La nostra strada si è intrecciata con quella del Signore che  vede le cose dall’alto, in prospettiva più ampia.

Le risorse economiche non ci permettevano di acquistare una casa fatiscente in vendita. Il nostro piano sembrava fallire, anche se in fondo al cuore il lumicino rimaneva acceso: quella casa era fatta solo per lo scopo previsto: accoglienza di minori in difficoltà. Noi non ci arrivavamo, ma Dio ha le sue strade, scrive diritto anche su righe storte.

Un po’ di vicende significative e quasi condotte dall’alto e la casa viene acquistata in breve tempo proprio per lo scopo previsto: la nascita della Casa Famiglia Leonati 2. Una casa ampia, capiente, singola, poco lontana dagli ambienti parrocchiali e dall’altra Casa Famiglia.

La Congregazione della Salesie non ci ha pensato tante volte: era voluta dal Signore. Si trattava di acquistarla, ristrutturarla, dare il volto conveniente: era la seconda Casa Famiglia Leonati.

Il sogno dell’anno Santo si realizzava con l’ingresso di due Suore Salesie e con l’accoglienza di altre  ragazze.

 

Una comunità attorno ad una persona in pericolo.

La sera del 22 febbraio 1986, sull’argine dello Scaricatore di Bassanello, Barbara F. rimaneva vittima di un incidente stradale che la riduceva in fin di vita. La rianimazione e le attese ansiose. Era un comma che sembrava irreversibile.

Tutta la comunità parrocchiale fu sensibilizzata. Giuseppe G., della parrocchia, prese a cuore il caso, formò un comitato per tutti gli interventi necessari e per la raccolta di fondi. Fu interessato non solo il territorio vicino, ma molte città, anche di tutta l’Italia. La raccolta dei fondi stimolò alla ricerca di cure anche si specialisti. Barbara fu portata anche ad Insbruk dove la famiglia fece permanenza per l’assistenza. La sentenza era poco incoraggiante, anzi non dava speranze: una parte del cervello è morta, a meno che natura non provveda per vie proprie.

Fu portata alla Casa di Cura di Abano Terme (Padova) e la permanenza fu lunga: assistenza , brevi riprese, cure intense. E poi: la musica, la sua musica, le sue canzoni che conosceva e cantava. Dopo sei mesi si risvegliò iniziando il cammino di ripresa rapida e di autonomia quasi completa.

Tutti ci siamo sentiti vincitori. I soldi raccolti, ben custoditi e ben usati, diventavano un aiuto che apriva alla speranza di una vita normale per Barbara che sempre avrebbe poturro usufruire di una cifra che sarebbe servita per una vita condotta nella normalità.

La gioia è stata grande per tutti.

 

La matita di Dio…

E’ una frase di Madre Teresa di Calcutta che, con questa immagine, ha programmato tutta la sua vita di amore verso gli altri, assieme alle sue consorelle dedite, con dedizione totale agli ultimi della società: quelli che non contano.

Il  gruppo giovani della parrocchia (e non solo giovani) hanno messo in scena negli ultimi anni  un lavoro musicale di un autore italiano, M. Paucelli: 12 scene, con recitato e cantato per esaltare l’opera di Madre Teresa, dedita interamente ai poveri, agli abbandonati, ai derelitti.

Sono dodici scene molto efficaci e incisive, fedeli ai testi di Madre Teresa che sono un invito a vivere nella quotidianità tanti gesti di amore, come tante gocce di un mare immenso e dove ogni goccia conta e arricchisce il mare.

I giovani, con entusiasmo sono nelle piazze e nelle sale di Padova e Vicenza per “cantare l’amore”. Nella bocca e nella scenografia dei giovani, il messaggio travolge e diventa efficace.

Il pubblico ha accolto l’invito sempre con grande gioia: una santa per i nostri giorni.

Ricordiamo il gruppo degli operatori:

Le piazze o le sale dove lo spettacolo è sttao portato: S. Teresa di G.B., Voltabarozzo, Terranegra, S. Agostino, Arcugnano, Grisigano, S. Maria di Veggiano…

Il gruppo giovani non è nuovo a questi spettacoli altamente educativo; da ricordare tra tanti quello sulla Giustizia e pace.

 

 

Una conclusione doverosa…

Oltre che quelle raccontate, porto nel cuore tante e tante altre memorie di questi ormai 25 anni, da me vissute o me raccontate: sono dentro come uno scrigno di cose preziose. Di esso non possiedo la chiave per poterle  manifestare. Fanno parte dei miei segreti, degli incontri con le persone, delle confidenze ricevute, degli animi che si sono aperti.

Lo chiamerei Il quinto Vangelo;  quello che nessuno scriverà. Quello che è un po’ fatica scrivere. Forse sono le cose più belle, gli avvenimenti più quotidiani, più silenziosi, più riservati, Ma belli, intimi, profondi, autentici dei quali è testimone il Signore. Ospite di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, di ogni giovane e di ogni anziano: colui che ha scelto il cuore di ognuno di noi come sua cattedrale preziosa.